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Ritrattare il mio silenzio

Questo è un mea culpa. Da sempre ho considerato manifestazioni e scioperi come burattinate utili solo alle vanità degli organizzatori, dove le calche fanno numero per il beneficio di cause importanti sino all'indomani. Pur ritenendomi di sinistra, non ho mai voluto mischiarmi agli strepitii di una sinistra studentesca che sa essere vuota e stucchevole. Stasera, tuttavia, dopo lunghe riflessioni, mi sono ritrovato in Piazza Castello. Fra i palazzi barocchi c'era una strana carica, una indefinibile aspettativa per un non so che da costruire, da sentire. C'era, soprattutto, un forte senso dell'altro: senza più ansie sconosciuti si parlavano, scambiavano doni, cantavano insieme.

In questo strano miscuglio mi son reso conto di aver partecipato ad un qualcosa di più grande di me, e di aver sbagliato a lungo. Eccomi qui a ritrattare. Oggi ho scoperto che manifestare può esser molto più di quel che pensavo, vuol dire farsi vedere, diventare corpo, pesante e numerabile, del proprio pensiero. Significa dare peso - e quindi rilievo - a sé stessi. Troppo a lungo ho taciuto e rinunciato alla presenza; e facendolo ho accettato che tutto ciò che ritenevo sbagliato potesse avvenire, quasi rassegnato. 

Oggi ho capito di essermi sempre nascosto in un silenzio inevitabilmente complice. Ma, mentre acquisivo questa consapevolezza, partecipavo ad una creatura di ordine superiore, animavo, nel mio piccolo, qualcosa di più grande. Chiedevo a gran voce, con l'autorità della presenza e di chi si mostra nelle sue vulnerabilità, rispetto per l'umanità di ognuno, diritto ad una corretta informazione, tutela per quell'ineffabile comune che proprio lì, nel momento della mia conversione, sentivo e vedevo. Non basta un giorno per rimediare all'ignavia di una vita, ma oggi ho compiuto un primo passo.


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Incipit: Objects in mirror are closer than they appear

Da piccolo viaggiavo spesso in macchina, percorrendo una strada che sembrava non accorciarsi mai. Con la testa abbandonata sul margine del finestrino leggevo quel motto che non comprendevo; lo ripetevo nella mia mente fanciulla, scandivo il suono straniero: OBGECT-IN-MIRROR-ARE-CLOSER-TAN-TEI-APPÈAR.

Quelle parole s'imprimevano su un mondo che guardavo di riflesso, mentre si piegava e confondeva, sfuggendo come una linea indistinta. Settimana dopo settimana quelle parole inevitabili coprivano ogni percorso alternativo, ogni uscita, ogni cenno d'autista.

Un giorno, però, la macchina si è fermata, improvvisamente la strada si accorciava, fino ad interrompersi. Capii allora il significato di quella profezia: quel mondo visto sempre un secondo troppo tardi, lontano e inconsistente, ora mi piombava addosso, più vicino di quanto pensassi.


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