Paludi

Queste giornate, simili e indefinite, hanno il sapore di un ricordo. E perdendomi fra i giorni di clausura, a catalizzare un tempo anormale, sregolato, insolito, sono solo le notizie del virus. Intorno ad esse, e nello specifico al famigerato aggiornamento delle 18 programmato dalla Protezione Civile, ruotano intere esistenze, secondi che si perdono in secoli. Ma neanche questo flusso informativo è così forte, così netto da poter dar ordine al carnevale insolito che ci è piombato addosso. È più come un tracciato, come un sentiero sbiadito che possiamo seguire senza sapere se mai ci porterà da qualche parte; un limite deve pur esserci, ma chi dice che sia proprio la fine della palude?

Uno dei mille pensieri in cui perdersi può riguardare il chiedersi cosa ci sarà dopo. Quel sottile tracciato del reale ci riporterà alla normalità tanto attesa, sulle strade della vita che abbiamo interrotto? E se la realtà del risveglio ci mostrasse come l'anestesia collettiva non fosse quella in cui siamo immersi, ma quella dalla quale i recenti fatti ci hanno allontanati? In realtà, qualsiasi proposta che il mio spirito faccia sembra naufragare, inconsistente ed evanescente.

Forse proprio questo è il punto: vincere il languore seducente di questo sogno stanco; resistere alle domande che non pretendono risposte, che chiedono solo di essere espresse per riempire vuoti di pensiero.


#8159


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