Fantastici ritorni

Il treno smette di sferragliare sui binari, dopo 12 ore di corsa si ferma stremato. Mentre attendo il mio turno per uscire osservo la vernice scrostarsi dalle pareti, nel capitombolo porterà con sé un po' della ruggine sottostante. Finalmente scendo. Mi accoglie Porta Nuova – la stazione –, spaventosamente disabitata, i pochi passeggeri appena arrivati camminano distanti e silenziosi. La coda dell'occhio vede una figura immobile mentre viene portata via, meglio non indagare. Mostro le mie credenziali al posto di blocco; i soldati hanno ancora le mascherine filtranti, chissà se per il virus o per la troppa polvere.

Alla fine passo indenne, eccomi a Torino. La città ha un'aria stanca e intimorita, forse è colpa di noi nuovi arrivati: ho quasi l'impressione che accogliere le nostre vite possa essere una sfida troppo pesante. Fra gli stradoni silenziosi passano pochi mezzi, sfrecciano smuovendo quel che c'è a terra, e nelle aiuole il verde cresce un po' scapigliato, c'è anche qualche pianta intrusa che nessuno ha voluto eradicare, di vite ne sono scomparse abbastanza, del resto. I portici di Via Roma, invece, sembrano quasi gli stessi. Qualche marmo balla un po' se calpestato e tutto par vuoto senza i troppi passanti che guardavano le vetrine oggi in gran parte chiuse, ma per il resto non sembrano esserci novità. Sarà colpa della lunga esistenza delle colonne, che registra troppo tardi il cambiamento delle epoche che hanno vissuto.

Il clangore insieme metallico ed elettrico del cancello che si apre mi accoglie a casa, un casermone che ho lasciato anni fa. Mostro di nuovo il foglio di via al custode assorbito dalla tuta protettiva, rigorosamente ad un metro di distanza. Butto uno sguardo nostalgico al vecchio ascensore, inutilizzabile per non sprecare l'energia della batteria che serve tutta la struttura. Dopo quattro piani a piedi sono stremato, passo fra le porte degli abitacoli deserti ed entro nel mio, sulla targhetta erosa si può ancora leggere il suo numero. Apro la porta, il finestrone che dà sul vuoto è inaspettatamente semiaperto, la luce del giorno morente filtra leggermente. Sento una voce ad accogliermi: «Bentornato».


La sorpresa mi abbandona quasi subito, è un'emozione ormai superflua, e poi qualcuno doveva pur aver pagato l'affitto durante la mia lunga assenza. Gli rispondo, in realtà un po' sollevato nel veder tanti occhi amici:

«Quanto tempo...»

«Lo so, sono morto e rinato tante volte»

È proprio lui, il ragnetto che avevo lasciato il giorno della mia partenza; ora è enormemente cresciuto, sarà lungo almeno mezzo metro. Stringe dentro una zampa una sigaretta usata ma spenta, sarà il fumo ad avergli reso la voce così rauca rispetto all'ultima volta. Meglio così, meglio che ad imbruttirci siano nostre scelte, e non questo mondo di merda. Non resistendo al dubbio gli pongo un'altra domanda:

«Ma come hai fatto a sopravvivere?»

«Trovo e vendo roba di valore abbandonata nella fuga dalla città. È molto remunerativo, merito della mia buona rete di contatti», accompagna la battuta col suo solito lieve sorriso.

Alla fine mi sistemo, appoggio il mio zaino sul materasso a molle e alzo la tapparella della porta finestra. La luce rossa del sole in tramonto mostra più chiaramente il pulviscolo pesante che satura l'aria e divora tutto. I cimeli del Prima che il mio compagno raccatta si staranno sfaldando a migliaia, è inevitabile. Mi affaccio alla ringhiera consunta, guardo il palazzo di fronte a me: pare interamente disabitato, le sue finestre hanno i vetri rotti, una muffa densa – sembra quasi pulsare – ha abbracciato le sue pareti e qualche carcassa di piccione si è incastrata al suo interno. Così tutta la via, di cui non vedo la fine. Il mio amico mi interrompe, ormai a malapena lo distinguo nella penombra lasciata dal sole definitivamente tramontato:

«Quasi tutta la città è così, la periferia è impraticabile. L'Amministrazione ha sistemato solo Piazza Castello e qualche via centrale»

«Già»

«Lo sai, per me non ci sono problemi per l'affitto, ma come pensi di poter guadagnarti da vivere?»

«Non so, c'è la sovvenzione per i disoccupati, e poi magari riesco a trovare qualche posto da scrivano, potrei fare il traduttore: l'Autorità ha reso disponibili dei corsi gratuiti di cinese». Per un attimo la tensione sfugge al mio controllo «Tutto questo è così spaventoso. Speravo che qui, almeno qui, avrei trovato una traccia del passato». Il mio amico mi risponde: «ormai è così, dobbiamo convivere con le nostre paure».


Sfrego un fiammifero, sfavilla nell'oscurità della notte ormai giunta. Ci accendo una sigaretta e gliene offro una, ma lui rifiuta, accennando a quella mezza fumata che stringeva da prima che arrivassi. Acconsento senza evitare di commentare: «ho letto da qualche parte che il tabacco è come l'amore, se lo riaccendi s'invelenisce». Abbiamo riso entrambi, come se ci fosse ancora spazio per amori da ravvivare.


#8159


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